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Un torrido,inconfessabile segreto
Inviato da Ilgobbetto


Un torrido,inconfessabile segreto. Adesso che ho passato la cinquantina, questo fardello lo vorrei un po’ scaricare, dato che sono trascorsi più di cinque lustri dal tempo dei fatti narrati. Mia suocera, Carla, sorella di quella zia molto, molto particolare( Erminia) aveva in proprietà diversi appezzamenti di terreno, in varie zone del paese, ed essendo lei di qualche anno più grande di zì Erminia,avrebbe dovuto essere in condizioni peggiori, invece era effettivamente una donna tosta e ben messa. Il marito era scomparso anni addietro ( io non l’ho mai conosciuto se non in foto) Ella (mi ero accorto che fissava spesso quando poteva, le mie chiappe fasciate da stretti pantaloncini corti, a parete che, tra una risatina e l’altra, me lo disse chiaramente una volta) mi trattava con infinita dolcezza, come fossi l’uomo della casa, dato che ero anche l’ultimo aggiunto. Io stesso non facevo altro che assecondarla, in nome dei buoni rapporti di convivenza, devo ammettere che nel corso del tempo trascorso nella sua casa, c’erano state varie occasioni in cui avevo avuto il modo di osservarla mentre si chinava o stava seduta sul basso sconnetto,le cosce esposte al mio sguardo, a volte la visione arrivava sino alle mutande candide e rigonfie di polposa fica; molto sinceramente devo confessare che mi piaceva e svegliava in me il desiderio di toccarla ed accarezzare le sue parti intime, una cosa molto perversa, e al solo pensiero il cazzo mi veniva duro
Quella domenica di metà luglio dopo il desinare, mia moglie la sorella e tutti i ragazzini di casa, si organizzarono e si diressero al mare, poco distante dal paesino. Mia suocera, rassettata la cucina, mi chiese di accompagnarla per aiutarla, giù al podere per mietere le erbacce infestanti. Lei indossò un vestitino dimesso, chiaro e leggerissimo, adatto alla bisogna, si armò di due falcette ed una bottiglia di acqua; io indossavo solo un pantaloncino cortissimo, aderente ed elasticizzato, la maglietta arrotolata sulla spalla. Raggiungemmo in macchina il podere, che era in media collina e strutturato a terrazzamenti, asservite da un tratturo che le collegava in un zigzagare tortuoso ed in ripida discesa. Giunti a circa metà discesa, trovammo il terrazzamento da pulire e ci accingemmo al lavoro. Lei raccoglieva le fronde ed i rametti dal suolo sotto i bassi filari di vite, io mietevo le superfici oblique o perpendicolari delle terrazze. Alcune avevano meno di un metro di dislivello, altre invece arrivavano ad avere due o più metri. Man mano che finivo scendevo alla terrazza successiva, e mia suocera di tanto in tanto mi dava una voce. Mi fermai un attimo protetto dalla parete della terrazza, estrassi il cazzo un poco barzotto e mi concessi una salutare pisciata; finito di urinare, lo scappellai completamente e lo agitai per bene, ma col risultato che si gonfiò,e fu un erezione completa e prepotente. Avevo bisogno di una femmina. Subito. Di seghe neanche a parlarne, volevo la fica umida ed avvolgente. Lo rificcai nei pantaloncini con riluttanza, e quatto quatto, risalii il pendio e mi posi a spiare mia suocera, che in quel momento era china col culo all’aria mentre io da sotto mi godevo tutta quella carne. Ero attraversato da fremiti di lussuria! Dopo qualche secondo lei si spostò verso un angolo più remoto , quasi un’insenatura ombreggiata e fuori dalla vista del viottolo che univa le terrazza, si accoccolò per tirare via delle ramaglie ma la direzione delle cosce aperte mi favoriva, poiché vedevo dalla mia postazione tutto sotto la veste, fino alle mutande. Ero tentato di salire e mostrarmi, così in quell’attimo bruciante, avevo però timore di rovinare tutto, anche il matrimonio con sua figlia, se avessi preso un abbaglio circa una sua eventuale disponibilità a sottostare all’amplesso col proprio genero. La guardai con riluttanza ancora una volta prima di fare dietro front, la ragione aveva prevalso sui sensi. Continuai il lavoro che tutto sommato non era così faticoso come potrebbe sembrare, ma solo un poco impegnativo. Mi ero fatto altre tre terrazze quando dall’alto mi sentii chiamare; la calura pomeridiana era scemata, e l’aria veniva lisciata dalla brezza che dal mare si inerpicava sin lassù. Raggiunsi mia suocera,e mi disse che potevamo smettere, la rimanente parte la si poteva fare più in là. Io le stavo piantato di fronte seminudo, sudato, e mi perdevo nei suoi profondi occhi chiarissimi ed infinitamente dolci. Cominciammo la salita sul viottolo di ritorno che presentava notevoli difficoltà, ad un certo punto, improvvisamente mia suocera incespicò e parve cadere all’indietro, per sua fortuna ero poco dietro di lei, e bastò che allungassi le mani sul suo culo per sorreggerla. Un imprevisto che mi fece infiammare, l’aver toccato quelle chiappe tonde e ancora sode, fu uno schiaffo di adrenalina, che mi pervase fino alla punta del cazzo. La salita riprese, ed io vigilavo con attenzione: la salita davvero irta, sennonché manco a dirlo, un sasso rotolò sotto la suola delle sue scarpe, lei perse l’equilibrio e la vidi letteralmente volare all’indietro con le braccia all’aria, addosso a me. Lesto l’afferrai con il mio braccio destro, che si chiuse a catenaccio sotto la sua ascella, la sua schiena si fermò contro il mio petto, la coscia sinistra e più su la chiappa, toccavano il mio inguine; la sua testa poggiò sulla mia spalla, a destra, mentre invocava << uh madonna mia! Uh madonna >> ed ancora << aggie pazienze, Sasà >> io la cinsi anche con l’altro braccio in una presa sicura ed il contatto fra noi divenne totale. Lei non si mosse ed io la rassicurai << state bbene?>> le chiesi ed ella << si, si meno male che c’eri tu,>> il contatto tra le nostre guance mi facilitò la mossa, così le diedi un bacio casto sulla guancia, e poi un altro ancora, lei si strofinò, mentre il mio cazzo si gonfiava sempre di più nei pantaloni contro la sua coscia, la mie labbra scesero lungo il suo collo coprendola di baci; i nostri respiri accelerarono vistosamente, la mia mano era piena della sua tetta destra, il cui capezzolo si inturgidiva. Il cazzo ormai era oscenamente gonfio e premeva sulla sua natica. Lei rispose baciandomi a sua volta sul viso, le bocche si incontrarono si aprirono e le lingue si intrecciarono, avevo una salivazione canina oserei, lei la riceveva, e smaniava al pari di me, che con la sinistra avevo raggiunto le sue parti basse e mi saziavo di accarezzarla. << ci fermiamo un poco qua, magari laggiù in fondo>> le sussurrai, e lei annuendo si scostò dirigendosi verso l’estremo lato destro della terrazza, tra il filare di vite e la parete obliqua, che girava in un’ansa non visibile dal viottolo; giuntavi raccolse bracciate di erba secca mietuta giorni prima, e ne compose un pagliericcio, poi mi si volse di fronte, ed accoccolatasi si sedette quindi con lo sguardo incollato su di me, si distese, mentre la sua veste scivolava sulle cosce candide e tonde, senza neanche un’ombra di peluria, arrotolandosi sulla pancia, mi inginocchiai tra le sue gambe piegate e mi adagiai su di lei, il cazzo pulsante premeva sulla sua fica protetta solo dalle mutande. Mi ci strofinavo sopra, le cinsi le spalle con le braccia in una morsa e con la bocca baciavo il collo e le guance, trovai al sua bocca aperta e disponibile, vi entrai con la lingua e la ravanavo sbavando peggio di un terrier, il cazzo duro e gonfio da scoppiare, premeva sul suo pube, si era incastrato tra la cedevolezza della fica , la stoffa delle mutande, e pressava sotto la parte ossea del monte di Venere. Le sue mani percorsero la mia schiena nuda sino ad intrufolarsi nei pantaloncini, dove raggiunsero le mie chiappe, ed afferratale saldamente, le pastrugnava stringendole ritmicamente, persi gran parte della lucidità, vagavo in una altra dimensione, i contorni delle cose divennero lattiginosi e sbiaditi, inconsistenti quasi, tutto il nostro universo verteva sui nostri corpi avvinghiati al di fuori di questi, nulla più era reale; le bocche erano incollate, la sua mano destra, scivolando di lato, lungo la mia chiappa, raggiunse il cazzo nei pantaloncini ed afferratolo, lo stringeva e faceva scorrere lungo tutta la sua lunghezza l’astuccio di pelle fino all’attaccatura delle palle; mi ero discostato un poco per facilitarle il compito: mi tolsi tutto, pantaloncini e slip, quindi afferrate le sue mutande per il bordo, le tirai via, davanti alla fica erano vistosamente bagnate, e nel toglierle, un filo di bava si allungò prima di staccarsi, la sua fica era incorniciata da una peluria fitta, tendente al grigio, ma sommariamente nera, dalla quale fuoriuscivano due lembi di rossa carne che ripiegavano sui due lati, in alto era incastonato un bottoncino della dimensione di una falange di pollice, in mezzo, un taglio rosso vivo che colava bava della consistenza dell’albume d’uovo. Puntai il cazzo teso e ricurvo, sormontato dalla cappella a mò di porcino, e spennellando sguazzai nella brodaglia prima di spingerglielo dentro con fare lento ma inesorabile. La sua carne si aprì all’ingresso del cazzo, per poi richiuderglisi intorno avvolgendolo stretto e quasi risucchiandolo dentro. Spinsi fino ad appoggiarmi su di lei, poi inarcai la schiena tenendola così prigioniera, stretta tra il cazzo affondato dentro la sua fica e le braccia strette intorno alle spalle. Stetti un tempo immemore fermo, inserito nelle sue viscere, ciò che mi legava alla realtà era soltanto il sapore umido del suo corpo che fremeva, con la bocca semiaperta, boccheggiava ed alternativamente sibilava a denti stretti. Cautamente ritrassi il cazzo fino all’apertura, per affondarlo di nuovo, all’improvviso. Presi un ritmo crescente mentre ella dal sibilo passava ai mugolii inframmezzati a << sii, daih, daih, mhhh ahh, ahhhh! Bello, cosiii, mhhhh!>> intanto le sue gambe mi cinsero intrecciandosi e chiudendosi dietro le mie chiappe toste e sudate. La mia bocca leccò lungo il suo collo fino alla giugulare poco sotto l’orecchio, in un fremito di libidine l’addentai succhiando il lobo dell’orecchio, ella gridò, forte, nonostante fossi perduto nel limbo della lussuria la sentii, urlare, incitandomi, mi sollevai puntellandomi sui gomiti strappai coi denti i pochi bottoni in alto della veste di cotone là, sul petto, sputai su entrambe le enormi aureole e sui capezzoli irti e scuri, per poi suggere e stantuffare quelle tette, la sua bocca mi arrivò all’orecchio sinistro, la sua lingua saettò insinuandosi dentro, una cosa calda, umida e piacevolmente vibrante colpì la mia mente e la mia virilità. Mi piaceva. Ansai come una locomotiva in salita << troia, puttana vacca ti fotto, ti spacco, ti apro tuttt. . . .>> accellerai il ritmo della penetrazione, i colpi si fecero violenti, ella si inarcava puntando sulla schiena e sui talloni, per meglio ricevere i colpi dentro, lo sciaguattio del cazzo e della fica ormai era udibile, il caratteristico << cioc! Ciac! Cioc! >> ella profferiva parole senza senso, o almeno io non ne capivo il senso, ma le sue braccia erano strette intorno alle mie spalle avvertivo persino le sue unghie che mi scavavano dentro, al di fuori di questo volevo solo una cosa: liquefarmi dentro di lei. L’orgasmo arrivò violentissimo, mi spingevo dentro come un forsennato lei mi incitava ancora mentre mi azzannava al collo: il canale uretrale del cazzo, si gonfiò e le ondate di sborra saettavano passando dal mio al suo corpo il suo abbraccio più stretto mi disse che stava avvertendo la colata di sborra dentro, le leccavo il viso ed il collo, in un estasi beata, durata chissà quanto il corpo rallentava il ritmo. La tenni inchiavardata compressa sotto di me, ferma fin tanto che il cazzo pian piano si riduceva di dimensioni, mi sollevai piano per osservare quando lo tiravo fuori, venne via coperto di bava lattiginosa, inzaccherato tutto sotto il bordo della cappella, che uscì fuori seguita da conati di liquido opalescente. Mia suocera allungò entrambe le mani lo prese e lo smanazzò, il cazzo ancora barzotto, fu così in qualche modo pulito. L’aiutai ad alzarsi mentre vidi la sborra colarle lungo le cosce, si fece un po’ più in là ed accoccolatasi a cosce aperte urinò fuori sperma e piscio, si pulì e rimessasi a posto i vestiti ci avviammo al ritorno. Era bello donarsi a chi ne ha bisogno. La salita restava comunque perigliosa, ma io vigilavo. Salimmo in macchina prima di partire, mi resi conto che ella non aveva proferito parola alcuna: era calato un velo di silenzio tra noi. La gonna sbarazzina stava un poco più su del solito, ne approfittai ed allungai una mano nelle cosce che consideravo mie adesso. Ella con fermezza me la tolse; scorsi una lacrima colare sulla guancia. Ebbi paura, non sapevo come rincuorarla, non dissi nulla e decisi che il tempo era in fondo il miglior medico di tante cose della vita umana. Furono settimane di freddezza tra noi, quelle che si succedettero. Le volevo bene, un bene dell’anima e potevo comprendere mai cosa le passasse per la testa? Non osai toccarla, anche se ne avevo voglia. Ricominciammo a parlarci senza sfiorare però l’argomento sesso. Io devo dirvelo, sono un bastardo perverso, e sapevo che il mio ed il suo desiderio erano uguali. Io la guardavo con bramosia, appena potevo e cercavo di esibirmi quanto più fosse possibile. Capii che ci voleva una forte scintilla per riaccendere un fuoco frenato dai tabù. Carpe diem. Io di tempo ne avevo, e sapevo attendere.

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