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La mia ragazza ideale
Inviato da Tom


di tom tom2075@hotmail.it
Si dice che le violenze domestiche siano rivolte nel novanta per cento dei casi, verso le donne. In casa mia, evidentemente, non vigono le leggi della statistica. In casa mia domina Elisa. Lei è la padrona. Fa e disfà tutto quello che vuole e come lo vuole. Io sono solo il servo, lo sguattero, lo schiavo umilmente devoto. Il mio compito è principalmente quello di occuparmi della cura del nostro appartamento (conviviamo) e del benessere della Dea. Elisa è molto pretenziosa. E’ conscia di essere una creatura superiore e non fa niente per nasconderlo. E’ bellissima, intelligentissima, amata e ammirata da tutti. Non posso che reputarmi fortunatissimo ad appartenere ad una dominatrice di tale perfezione. Questa mattina, Elisa si è svegliata molto presto, era appena l’alba. Io naturalmente stavo dormendo sotto al letto, con il mio minuscolo cuscino ed una copertina leggera, che sono le uniche comodità che la padrona mi ha concesso. Sarebbe mio dovere svegliarmi prima della sovrana e destarla dal suo dolce sonno come la mia natura di essere inferiore richiede, leccandole le piante dei piedi fino a quando lei non mi allontana con un bel pestone in pieno volto. Tuttavia, Elisa non si è arrabbiata. Avevo ordine di svegliarla alle otto in punto ed erano solamente le sei e mezza, perciò non avevo contravvenuto ai miei obblighi. Anzi, la Dea è stata gentilissima, con me, suo inutile e devoto servitore. Mi ha strattonato per il guinzaglio e mi ha fatto mettere in ginocchio di fianco al letto. Le lenzuola di seta la coprivano ancora per metà, e le gambe che svettavano dai lembi della coperta ammiccavano sensualmente nella mia direzione. Elisa è alta un metro e settantacinque, capelli lunghi castani e sguardo da cerbiatta. Stavo per baciarle i piedi come è mia consuetudine da quando sono entrato a suo servizio, quando la Dea mi ha fermato, stirando dolorosamente il guinzaglio. Il collare a strangolo che mi passava attorno al collo mi ha tolto il fiato per qualche secondo. Ho arrancato, ansimante. “Cucciolo, hai sete?” “Humm…no, padrona” “Ah, che peccato!” ha esclamato lei, con un sorridente dispiacere disegnato in volto “Avevo una bevanda calda, preparata giusto giusto per il mio bravo servetto. Una spuma calda e giallina proprio come piace a te. Però non ho proprio voglia di andare in bagno. Dovrò fare uno sforzo e tenermela…” “Padroncina, non posso permettere che lei soffra a causa della mia incompetenza” Elisa sorrise, divertita. “Bravo, cuccioletto. Così mi piaci. Su, prendi l’imbutino e ficcatelo in gola” Raccolsi l’imbuto dall’ultimo cassetto del comodino (quello riservato a me e ai miei attrezzi da schiavo) e me lo infilai in bocca. La mia dolce padrona scostò le lenzuola, si sporse verso di me e posizionò la sua fica depilata in corrispondenza della bocca dell’imbuto. Iniziò a scaricarsi senza troppa preoccupazione e svuotò completamente la vescica. Fu abbastanza difficile bere tutto senza perderne neppure una goccia, perché la pipì era tanta ed il flusso consistente. Il tempo mi aveva insegnato a sopportare il sapore dell’orina e a non provare ribrezzo per essa (anzi, quando si trattava della piscia della mia Dea, le mie papille gustative provavano un senso di delizia nel raccogliere quel nettare dorato). Gli ordini della padrona mi costringevano a bere il tutto fino all’ultima stilla. Una volta che la mia padrona si fu scaricata, tolsi l’imbuto e feci per andare in bagno. Elisa non sopporta la sporcizia. Le cose sporche vanno subito lavate. Ma un attimo dopo che la Dea si fu di nuovo sdraiata sul morbido materasso, il suo bel piedino mi fermò, piazzandosi avanti al mio cammino. “Schiavetto, avrei un’altra incombenza, per te” “Sì, padrona” “Devo fare la cacchina” “Sì, padrona” Era piuttosto raro che la padrona esigesse da me quel particolare servigio, perché sapeva bene che mangiare la cacca non è molto salutare…e le mie condizioni di salute, checché potesse sembrare, le stavano molto a cuore. Però quel giorno l’aria era piuttosto fredda, e la padrona non aveva voglia di uscire da sotto le lenzuola. La capivo, dolce Dea. La temperatura dell’aria non obbediva ai suoi voleri, misera cagna che non era altro. Come si permetteva, quello stupido clima invernale, di andare contro i desideri della padrona? “Può servirsi di me come preferisce, mia Dea” dissi. Elisa sorrise, ammiccante. I suoi occhi brillarono nella penombra della camera. Di fronte ad un’espressione così leggiadra, sbarazzina e al contempo autoritaria, non ci si può mostrare indifferenti. Gli ordini di Elisa dovevano essere eseguiti alla lettera. Mi inginocchiai con la schiena rivolta al letto, chinandomi all’indietro fino ad appoggiare la nuca sul bordo del materasso. Elisa si accovacciò sopra di me e portò il buchino del culo proprio in corrispondenza della mia bocca da schiavo. Non dovetti attendere molto, prima di poter svolgere il mio onorato compito di latrina umana. Dalle rotondità perfette della padrona partirono due scorreggine amorevoli e profumate dirette giusto nel mio naso e nella mia bocca, poi un cilindretto di materia marroncina sbucò da quel buchino perfetto e chiese il permesso di entrare nel mio disgustoso foro boccale. Lo accolsi come si accoglie un boccone prelibato, tutto ciò che usciva dal corpo della Dea era a sua volta una divinità, ne avvertii il sapore forte, lo masticai e lo deglutii. Lo stomaco tentò di ribellarsi, stupido organo digerente che non capiva l’immenso onore che la padrona recava a me, suo indegno servitore. Lo dovetti redarguire con la pura forza di volontà e alla fine anche lui dovette obbedire ai voleri della Dea. “Leccami” Lo feci. Sul margine del buchino erano rimasti dei brandelli di merdina molle. Li asportai uno dopo l’altro e li ingoiai come fossero confetti al cioccolato. Leccai doverosamente gli orli del buchino in modo che alla padrona non pizzicasse la delicata pelle. Subito dopo Elisa mi diede un colpetto sulla testa con un piede e mi spinse un po’ più in là. “Vatti a sciacquare la bocca, schiavetto. Non ti voglio sentir parlare con la lingua impastata di merda” “Sì, padrona” Corsi in bagno (ovviamente a quattro zampe, poiché in casa di Elisa non mi è consentito muovermi altrimenti), pulii la bocca, l’imbuto e tornai subito in camera. La padrona era ancora a letto. “Devo dire che oggi sono particolarmente di buon umore, schiavo Tom” “Ne sono lieto, padrona” “Vieni qui, metti le mani sotto le coperte e massaggiami i piedi” “Sì, padrona” Sono un bravo massaggiatore. Per chi non lo sapesse, ho seguito un corso di massaggio terapeutico e uno di massaggio tradizionale. Conosco anche i rudimenti dello schiatzu, che però la padrona non gradisce, preferendo un approccio più occidentale. Naturalmente tutto ciò è utile in quanto propedeutico a ciò che uno schiavo deve saper svolgere per la propria proprietaria. “Ho visto che hai imparato a bere la mia pipì senza mostrare disgusto” “E’ molto buona, padrona” “Sì, lo so. E anche la mia cacchina…oggi l’hai mangiata tutta come un bravo cagnolino. Non sento neppure pizzicare il buchino. Segno che hai imparato a far funzionare quella linguetta come una buona carta igienica” “Il mio desiderio è essere il suo gabinetto completo, mia Dea” “Adesso non esageriamo. Ti ho usato come cesso oggi e qualche altra volta, ma non voglio che tu mangi troppa cacca. Fa male. Poi se ti rompi e non ti posso più usare, chi mi farà da servo?” “Capisco, padrona. Cercherò di fortificarmi di più, affinché il mio fisico possa sopportare l’inverosimile senza risentirne gli effetti” “Sei tanto caro. Su, infila quella faccia da schiavo sotto le coperte e baciami i piedi” Non aspettavo altro. Baciare i piedi alla Dea è l’onore massimo, per me. Quasi come fungere da sua latrina. Però il bacio è qualcosa in più, perché dimostra l’adorazione che provo per lei. Ogni volta che Elisa mi permette di appoggiare le mie squallide labbra da servitore sulle sue magnifiche estremità mi sento tutto eccitato. So che non dovrei. Lo schiavo non deve provare alcunché, nel servire la sua padrona. Deve obbedire e basta, come un qualsiasi elettrodomestico. Tuttavia non posso farci niente. “Lecca” La mia lingua passò e ripassò sulla pianta dei suoi piedi. La pelle di Elisa è delicata, morbida e abbronzata quel tanto che basta per renderla irresistibile. Nello spazio fra le dita era rimasto un po’ di sudore. Lo asportai con solerzia, mentre la giovane Dea muoveva le gambe in modo da porgermi l’uno o l’altro piede. Si lasciò adorare per quasi un’ora, il che era molto meno di quanto avrei voluto. “Su, ora devo proprio alzarmi, cagnolino” Gli porsi le pantofoline e la aiutai a indossare la vestaglia di seta. E’ un indumento molto prezioso. Gliel’ho regalato due anni fa per Natale. Ci tengo che la mia Dea indossi solo capi pregiati e comodi, ed è mio dovere di schiavo comperare tutti quelli che lei desidera. Elisa sedette su di me e si fece portare in bagno. Le sue lunghe gambe penzolavano ai lati della mia testa. Avrei voluto essere un di quei fusti dei film americani, sì da poterla trasportare a dorso di mulo senza scossoni. Purtroppo non ho la potenza muscolare dell’incredibile Hulk e sopportare per lunghe distanza il peso, benché dolce, della Dea mi causa non poco dolore. Credo che Elisa lo sappia e che presto provvederà a mandarmi in qualche campo di fatica gestito da sue amiche a sviluppare un’adeguata massa muscolare. Lo spero per me, ma soprattutto lo spero per lei. Non voglio che la padrona rimanga senza schiavo perché quello attuale (cioè io) si è rotto per eccesso di debolezza. Non me lo perdonerei mai. In bagno, la padrona mi usò come al solito come sgabello, zerbino, poggiapiedi e ancora come cavalluccio. Si sedette su di me mentre si metteva il trucco e se ne rimase in quella posizione tutto il tempo, sollevando di tanto in tanto le gambe per gravare completamente su di me. E’ una ragazza molto ben fatta, atletica e assolutamente proporzionata. Certo, è alta un metro e settantacinque, come ho già detto, e sostenerla a lungo non è la cosa più facile del mondo. In ogni caso, anche con le braccia indolenzite ed i muscoli che mi facevano male, ho continuato a sostenere la mia dominatrice come il mio ruolo di bestia da fatica imponeva. E’ poi venuto il momento di riportare la Dea in camera e di aiutarla a vestirsi. “Avanti, bestiolina! Al galoppo!” I suoi incitamenti arrivavano come colpi di tallone nelle reni e schiaffi in pieno volto. Le piaceva soprattutto appoggiarmi l’incavo delle ginocchia sulle spalle e prendermi a calci all’indietro dove capitava. A volte i suoi talloni arrivavano nelle costole, altre volte sull’addome. Un paio di volte un calcio in pieno alla bocca dello stomaco mi ha tolto il fiato, rischiando di farmi cadere con la faccia in avanti. Ogni volta che il mio equilibrio stava per venire meno, Elisa mi afferrava per i capelli e mi rimproverava, scuotendomi la testa da una parte e dall’altra. “Non vorrai farmi cadere, vero?” “No, padrona” “Ricordati che sei il mio schiavetto!” “Sì, mia Dea” “E ora avanza, stupido pony umano!” “Obbedisco” La riportai fino in camera. Elisa indossò un tailleur beige molto elegante e un vezzoso foulard al collo. Una vera donna in carriera. Ah, mi sono dimenticato di dire che lavoro fa la mia proprietaria. E’ la responsabile di un centro vendite nella mia città. Una professionista molto affermata. Dal canto mio sono un giornalista e uno scrittore. Trascorro la maggior parte del mio tempo a casa, davanti al pc. Fuori di qui sono un uomo normale. Cammino eretto (so ancora come si fa) e converso amabilmente con chiunque. Ma in questa casa mi trasformo, divento un cagnolino docile e disposto a tutto per la mia padrona. D’altra parte non potrei fare altrimenti. Come ho detto, Elisa è molto scrupolosa nel valutare i compiti che mi assegna ogni giorno. Quando non li svolgo come dovrei è capace di arrabbiarsi moltissimo. Le sue punizioni sono oltremodo severe. Una volta, per non aver lavato le sue mutandone di pizzo a mano (le misi per errore in lavatrice con il resto del bucato), mi ordinò di appoggiare le mani sul pavimento e di restare fermo e immobile. Innanzitutto iniziò con una buona dose di calpestamento, eseguito con scarpe dal tacco vertiginoso e affilatissimo. Salì su entrambe le mie mani e si dondolò, usando la mia testa come un appoggino. Presto ebbi la sensazione che i miei palmi, di lì a poco si sarebbero bucati da parte a parte, e che me ne sarei dovuto andare in giro con due ferite simili a stimmate per il resto della settimana. E quando i tacchi lacerarono la pelle ed iniziò a scorrere il primo sangue iniziai a preoccuparmi davvero. Elisa mi concesse un po’ di riposo e scese dalla mie mani. Ma la punizione non era ancora finita. Mi condusse in giardino e mi legò a quattro zampe al paraurti posteriore della sua auto, salì alla guida e mise in moto. Non avevo idea di che cosa dovessi aspettarmi, ma quando vidi l’auto procedere (seppur a velocità ridotta) lungo il viale di casa iniziai a preoccuparmi seriamente. Per un attimo pensai che mi sarebbe stato concesso di correre su due gambe, ma quando feci per alzarmi, la padrona frenò bruscamente, scese e mi venne incontro furente “A quattro zampe, animale! Sei un animale, no? Allora cammina come una bestia!” “Sì, padrona” Mi schiaffeggiò con tutta la sua forza e mi costrinse in ginocchio. Quando fui ai suoi piedi mi sollevò la testa affinché la guardassi in volto, si chinò appena e mi sputò in bocca. “Ingoia!” Lo feci. “E adesso seguimi come il cane che sei, idiota! Così imparerai a trattare come si deve il mio intimo di pizzo!” “Ma non si è rovinato, padrona!” osai replicare. Non l’avessi mai fatto. Elisa mi appioppò un calcio al mento e mi schiacciò la faccia sotto i tacchi. Salì completamente sulla mia testa e danzò letteralmente sul mio cranio. Per un attimo pensai che i suoi tacchi affilatissimi, veri e propri stiletti acuminati, sarebbero penetrati nel mio cervello e avrebbero portato un po’ di saggezza in questa mia testa di inutile schiavo perditempo. Invece Elisa scese dopo qualche secondo e tornò in macchina. Non vi sto a dire quanto corsi, a quattro zampe, dietro quell’auto, né le innumerevoli volte in cui uno strattone un po’ più forte mi fece precipitare in avanti con la corda che si tendeva fino a soffocarmi. Non vi dico neppure in che stato mi ritrovai le mani e le ginocchia a furia di camminare a quattro zampe sulla ghiaia,. Ero ridotto veramente uno schifo. Elisa, con la tipica noncuranza dei suoi modi divini, non mi concesse requiem se non per bendarmi e disinfettarmi le ferite. Non tanto per me quanto per non sporcare la sua casa con il mio sangue indegno. La padrona si preoccupa molto per me, come ho detto, e tuttavia quando è arrabbiata mi punisce in modi veramente duri. Lo fa per il mio bene, naturalmente, affinché anche uno stupido schiavo come me apprenda come trattare una vera Dea. E io di questo le sono veramente molto grato. Ogni volta che i suoi sputi raggiungono la mia bocca l’adoro sempre più. Ogni volta che i suoi schiaffi mi fanno la faccia paonazza l’adoro sempre di più. Ogni volta che la sua orina o le sue feci scendono leggiadre nella mia gola ringrazio il cielo di appartenere a questa creatura angelica. E’ inutile, l’adoro troppo. E così, mentre la padrona si fa mettere le scarpe e io le lecco le suole (ci tengo che Elisa sia perfetta, quando esce di casa, e ci tiene anche lei, perché me lo lascia fare tutte le volte) ripenso a quando la padrona mi calpestò fino a rompermi una costola, o alla volta in cui mi chiuse in bauliera per tutta la notte per non pagare una camera d’albergo doppia. Potrei citare molti altri episodi (e non è detto che in futuro non lo faccia) ma per il momento preferisco fermarmi qui. E se ti senti anche tu come la divina Elisa, chiamami. Qualunque Dea è mia padrona.

Schiavo Tom



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